Dalla preistoria alla protostoria
Parlare di Bibione e scriverne la storia partendo da molto lontano nel tempo,è certamente un’impresa ardua. Già è difficile cogliere il vero senso della storia quando esistono testimonianze e testi certi, tessere quindi nei tasselli di un mosaico di pochi frammenti di notizie, le origini e le vicende di un territorio come quello dell’attuale Bibione, resta pur sempre problematico.

Non traggano in inganno queste poche considerazioni: Bibione ha certamente una storia. Quella indietro negli anni, legata soprattutto al territorio e innestata alle vicissitudini dell’intera area geografica venetofriulana, e quella più recente tutta sua, con la grande espansione che l’ha portata all’attuale grandezza di “città delle ferie estive”.
Il territorio di Bibione, frutto delle componenti delle acque salate dell’adriatico e di quelle dolci del Tagliamento, prima della comparsa del uomo, dovrebbe aver avuto l’aspetto delle terre vergini, dove gli esseri viventi erano completamente assoggettati alle dinamiche naturali.
Certo, l’intera area altro non era che una grande foresta che si estendeva dalle montagne al mare, interrotta da corsi d’acqua e dalle paludi che si formavano soprattutto a ridosso delle coste. Dopo l’ultima glaciazione, la würmiana, nel periodo paleolitico (da 40.000 a 10.000 anni a.C.) si sono ritrovati numerosi resti di attività umana, soprattutto nella fascia prealpina, anche se si pensa che gli insediamenti più importanti sorgessero nella pianura e vicino ai corsi d’acqua.
Ormai, quindi, è sempre più difficile trovare la prova di questi insediamenti lontani, poiché il terreno ha subito tanti e tali sconvolgimenti nei secoli con frequenti alluvioni che cambiavano costantemente l’assetto del territorio.
C’è da dire comunque con certezza, che la terra dell’attuale Bibione, è nata dal mare. Durante il primo periodo dell’era terziaria, le acque dell’adriatico si spingevano quasi sotto le Alpi, formando così un grande golfo. Fu poi nell’era quaternaria con le mutate condizioni climatiche della terra, che il livello del mare cominciò a regredire di molti chilometri, per poi ritornare ad un avanzamento durante i periodi interglaciali.
L’uomo, vi abitò quindi queste terre, visse di caccia e pesca, prima senza fissa dimora e poi dalla fine del V millennio a.C. , praticando l’agricoltura e l’allevamento, insediandosi anche in villaggi.
Numerosi ritrovamenti sporadici avvenuti soprattutto nella pianura friulana, attestano l’esistenza di tracce neolitiche: selci, ceramiche, assieme a fossili di animali domestici, anche sulla destra del corso del Tagliamento.
Immaginare le dimore dei primi abitatori di queste terre fanno concludere che le popolazioni possedevano già una cultura progredita quanto quella delle più note località neolitiche europee.
Paleoveneti e celti, arrivati nella prima età del ferro i primi e tra il V e il III secolo a.C. i secondi, vivevano in capanne, poiché bisognava necessariamente riferirsi alla morfologia del territorio di allora (terra acquitrinosa e palustre con varie zone asciutte) e al materiale che si poteva utilizzare (canne, tronchi, strame, argilla e legno).
Velati da un lieve strato di leggenda, sopraggiunsero poi in queste terre i veneti: popolo dalle origini non ancora definite, che fece la sua comparsa nella regione circa 3.000 anni fa, all’alba del primo millennio a.C. .
La loro provenienza è ancora avvolta nel mistero, anche se dei ritrovamenti importanti fatti ad Este, vicino a Padova nel 1876, hanno fatto constatare una loro civiltà evoluta, precedente a quella romana.
Gli insediamenti, in quelle che potevano essere allora le lagune dove ora sorge l’odierna Bibione, derivavano dal bisogno di trovare luoghi isolati e tranquilli dove le genti indifese potevano vivere indisturbate.
Quella dei veneti, fu senz’altro una grande civiltà: iscrizioni e oggetti ritrovati ne rivelano il prestigio e la loro fama e soprattutto ne delimitano il territorio (all’incirca l’attuale Venezia Euganea, con spinte a nord fino in Corinzia e ad est fino a Trieste) e la lingua: quella venetica, di derivazione alfabetica etrusca, parlata solo in quest’area.
A est di questo territorio e all’incirca in questa zona, era netto il confine con un altro popolo: i carni, gente di origine celtica proveniente dall’Europa centrale, che con l’andar del tempo si introdusse nelle terre dei veneti e vi si mescolò, occupando la regione tra i fiumi Livenza e Timavo.
L’insediamento celtico in questa zona nell’epoca preromana può ritenersi un fatto certo; non altrettanto si può dier sui tempi e modi con cui si realizzò. Non ci sono noti neppure i particolari sulla migrazione dei Carni, ossia di quell’evento che, alle soglie dell’epoca storica, fu di tale rilevanza da dare all’intera regione, come descritto da Plinio, il suo primo nome conosciuto “Carnorum regio”, “la regione dei Carni”. E Tolomeo ci da ulteriori informazioni quando definisce città Carniche, non solo Aquileia e Foro Giulio, ma anche Concordia, assicurandoci in tal modo che il fiume Livenza costituì fin d’allora il confine tra i Carni e i Veneti.
La romanizzazione
Se sulle origini preromane di Bibione si sono formulate varie ipotesi, tuttavia non suffragate da monumenti o documenti che ne accertino la fondatezza, certamente Bibione, o perlomeno il territorio nelle sue immediate vicinanze, fu abitato nel periodo imperiale di Roma. L’intervento armato romano, nella terra posta a oriente dei veneti, fu dunque provocato da un’invasione di Galli transalpini non meglio identificati avvenuta nel 186 a.C.. i nuovi arrivati penetrarono nella regione forse attraverso la valle del Vipacco e si stabilirono nell’agro Aquileiese, a circa 12 miglia della futura città. Plinio il Vecchio dice nella sua descrizione del fatto che questa fu una delle tante immigrazioni pacifiche.
Ma i romani, che consideravano questo territorio sotto la loro influenza, giudicarono il nuovo insediamento come un atto di aggressione o organizzarono contro questi intrusi una spedizione militare guidata dal console M. Claudio Marcello, che ebbe successo e sconfisse i nuovi arrivati. I galli si ritirarono e da quell’anno i romani non lasciarono più queste terre.
Roma portò la civiltà, la lingua, la cultura; costruì strade, fori, acquedotti. Colonizzò insomma la “Venetiae” e si spinse nel territorio del friuli attuale, fondando nel 181 a.C. la colonia strategica di Aquileia, piazza forte per controllare le instabili regioni degli Istri ad oriente.
La storia vera e propria della nostra zona inizia appunto con l’arrivo dei romani che occuparono stabilmente la bassa friulana e assegnarono ai loro coloni e legionari i terreni dall’Isonzo al Tagliamento e successivamente si interessarsi a colonizzare anche l’intera area fino a Concordia Saggitaria, con opere di bonifica e di sistemazione agraria e fondiaria.
Per garantire le loro conquiste, i romani costruirono anche una adeguata rete viaria. Troviamo cosi nel148 a.C. la costruzione della via “Postumia” che andava da Genova ad Aquileia; nel 131 a.C. la via “Annia” che da Adria in prosecuzione della via Popilia proveniente da Rimini, toccava Concordia e giungeva anch’essa ad Aquileia e la via “Aurelia” da Padova ad Asolo. L’impero romano si consolidò anche verso nord-est della penisola italica e nell’8 a.C. in occasione del suo secondo censimento, l’imperatore Augusto divise l’Italia in undici regioni. La decima “ Venetiae et Histria” , comprendeva i territori che oggi chiamiamo, “le tre Venezie” : una grande regione appunto che comprendeva la Venezia Giulia, Euganea e tridentina.
Ed è appunto in questo periodo che Bibione può aver avuto la sua vera nascita ed in pochi anni il suo maggior sviluppo, sia come agglomerato di costruzioni, via come vitalità abitativa. Di questa epoca di Roma esistono a Bibione testimonianze che avvalorano sempre più l’esistenza delle insulae Bibioni , ossia isole poste verso il mare e attaccate con un cordone ombelicale con la laguna e con le stesse terre bibionesi.
Ma di queste isole bibioni non si ha la certezza assoluta della loro esistenza e tanto meno della loro scomparsa. Il materiale archeologico ritrovato però, soprattutto nella fascia di Bibione Pineta e più precisamente in quella prospiciente la Val Grande o del Conte Nane nel luogo cosiddetto “Duna Muttarone dei frati”, attesta la presenza e testimonia l’esistenza di abitazioni e vita durante il periodo do Roma Imperiale.
In questa zona di Bibione infatti, sono stati intrapresi dei lavori di scavo gia nel 1883 e una relazione precisa sull’avvenimento è stata pubblicata sugli “Atti dell’Accademia dei Licei” di Roma, nello stesso anno. In essa si dice che sul posto sono state rinvenute antiche costruzioni romane, edifici in muratura e pavimenti in mosaico in bianco e nero. Inoltre sono stati scoperti mezzo metro sotto terra dei resti di costruzioni antiche. “un muro, partendo dai pressi del lago, si prolunga verso mezzodì nel terreno arativo e mette campo ad una stanza lunga circa sette metri e larga poco più di cinque. Il pavimento di questa stanza, che si conserva quasi per intero, è un mosaico bianco a cubetti di poco più di un centimetro di lato…”
E qui continua la descrizione puntigliosa e interessante.
Dallo scavo si raccolgono: una moneta di rame dell’imperatore Giuliano una di Flavio Vittorio o Vittore due con effigi comuni del basso impero, una corrosa a tal punto da renderne impossibile la lettura; vetri di colore azzurro verdognolo, un vasetto con quattro pallottole per piede, terrecotte, pezzi di anfora vinaria con coperchio, tegole e mattoni con bolli a carattere in rilievo: Pans e C. Ti. Her Me Rotis ai quali si aggiunsero l’anno dopo: Varasti e L.Q.T. , che attestano l’area orientale della “X Regio” e il bollo “Pans” può corrispondere a “Tiberi Pansiana” o a Claudi? Pansiana”, entrambi nel I secolo d.C.. La presenza delle monete dell’imperatore Giuliano e di Flavio Vittore, fa pensare a una datazione piuttosto tarda dell’edificio o perlomeno ad una frequentazione del luogo che dava fino alla seconda metà del IV secolo d.C., in particolare gli ultimi 30 anni. Altri lavori proseguivano anche nel 1884 e cura del capitano Bedinello.
Nel 1932 alcuni studiosi, per interessamento del locale Consorzio di Bonifica di San Michele al Tagliamento, con mezzi tradizionali di allora, diedero avvio a nuovi scavi, sotto la guida del professor Gellio Cassi che ebbe il culto di Bibione e della sua origine storica.
Il lavoro nei intendimenti doveva essere la prosecuzione di quelli interrotti giusto cinquanta anni prima.
E così misero alla luce alter fondazioni di edifici dell’epoca romana imperiale ed altri oggetti.
La zona del “Mutteron dei Frati” (che non si sa da cosa abbia potuto prendere il nome, poiché di frati a Bibione non se ne ha neppure l’ombra) ossia la zona di dune sabbiose lievitate da una piccola cotica di humus, fu la palestra prescelta ed allora si opinò che si era formata, là dove erano degli antichi edifici per l’accumularsi della sabbia, intorno ai ruderi superstiti della antica grandezza, “ruderi da mettersi a nudo per poter ricostruire la situazione di una zona, non sono abitata, ma florida”. È la prima volta – prosegue il cassi nella sua breve relazione – in cui procedendo a scavi nell’Alto Adriatico, si trovino tracce di abitazioni romane signorili. Il tutto fu poi sotterrato – si disse per mancanza di mezzi – e ancor oggi rimane li, sotto uno strato di sabbia, a testimoniare le prime vestigia degli abitanti di Bibione. Si può dedurre quindi, per la morfologia del terreno e dei resti rinvenuti, che Bibione allora, poteva essere non una città vera e propria, ma un gruppo di piccole isole, dette appunto “Bibiones”, che si trovano presso la foce del tagliamento e più precisamente sulla direttrice Mutterone dei frati – porto – Baseleghe. In tre documenti medioevali sono nominate dette isole, come esistenti tra Grado e Caorle e facenti parte del ducato veneto. Doveva trattarsi di isole di pescatori, dove però soggiornavano anche famiglie della città vicina di Concordia.
Bibione lo troviamo scritto per la prima volta, assieme ad altri luoghi, sotto la forma di ablativo, in un documento del 2 dicembre 967 d.C., con il quale Ottone I° conferma il patto con i veneti… “Equilo, caprulis, Bibionibus, Grado, Capite argelis…“
E successivamente in un passo della “Cronaca Veneziana o Cronaca Sagurnina” di Giovanni Diacono, quando l’autore ricorda l’invasione dei longobardi, entrati nel 568 dalle Alpi Orientali.
Questi Winnili o Vinili, cioè “combattenti vittoriosi” si sarebbero chiamati originariamente quelli che poi “ab intactae ferro barbae longitudine” furono i longobardi o longobardi, che tanta parte di storia ebbero nelle nostre terre. Il loro paese di origine non è ancora noto con precisione: alcuni, seguendo Paolo Diacono, pensano alla scandinavia, altri al territorio al di la dell’Elba. Questo popolo occupò terre, luoghi fiorenti e pianure e la gente fuggì ancora una volta nelle isole, dove con l’andar degli anni costruì ed edificò ed ivi trovò rifugio. Le isole ricordate erano dodici, tra le quali “Insula Bibiones”. Alcuni storici sono propensi ad determinare le origini di Bibione, proprio con la gente riparata dalla pianura alla laguna, fuggita dopo la caduta di Roma, dall’avanzata delle numerose invasioni barbariche dei Goti, degli Ostrogoti, dei Vandali, degli Alani, degli Unni con Attila Flagello di Dio, dei Longobardi, degli Ungari e dei Franchi di Carlo Magno.
Ma sappiamo però di certo che le isole Bibiones erano abitate già prima della calata dei barbari in Itali. Che fossero isole, abitate soprattutto da pescatori, si rileva anche da un brano della stessa “Chrocicon Venetum, Vulgo Altinate”, riferita alla visita di Elia, patriarca di Grado verso il 581 (la data, abbastanza incerta, va posta tra il 580 e il 598 d.C.) al lido di Bevazzana, poiché fa capire che il prelato, per far valere i propri diritti sulla pesca, non ebbe bisogno di portarsi sulle isole, perché i pescatori di esse gettarono le reti proprio sotto il lido di Bevazzana, dove il patriarca stesso era ad attenderli. I fatti raccontati dicono: “… venit post eum littore litus, qui apellatur Taliamentum, quia Helias patriarcha per littoris longitudo taliada fecit, tenet miliaria duodecim. Post hec venit in littore Biaçianum, quia toti piscatori Bibonensium hic illorum recia ponebantur. Tenet miliaria novem. Item est silva ipsum littore pertinente. In eo littore fundari debet ab antiquitus due basilice. Insignia item posita fuit, sed minime fecerunt: propter hoc litus due basilice appellatur sive ausunum dicitur. Totum in unum silva cum littore est pertinendum…” e successivamente lo stesso patriarca riconferma i diritti di uccellagione e di pesca, indirizzandosi – fra gli altri – “… ad Mayranensium (Marano lagunare) et Bibonensium (Bibione) populum cum aliquantis Finensium…”
Come toponimo, Bibione ha ormai assunto una sua fisionomia precisa e il suo nome ricorre sempre più spesso nel termine usato in documenti e descrizioni del suo territorio un quegli anni. Quanto all’origine vera e propria del nome, vari studi hanno confermato essenzialmente la sua origine latina o romana. Ci sono poi una miriade di supposizioni come illustrato da un approfondito studio del professor Giovanni Frau, con le sue “note storiche e linguistiche sul toponimo di Bibione”. Se ciò conferma l’esistenza della località in tempi antichi, d’altra parte non appaga la curiosità di ricavarne l’esatta origine del nome.
Alcuni lo vorrebbero far derivare da “Bibbio”, dal latino “pipio”, quelle famose gru che dormono su una zampa: “piccione da vipio” , specie di gru che si identifica meglio nel significato cambiando la “V” in “B”; uccello di palude altrimenti chiamato “anatra marigiana” o “anas fistularis” dai naturalisti. Altri lo derivano da “bibio-onis”, cioè moscerino del vino e moscerino delle paludi e convenendo, delle isole.
L’ultima antica testimonianza riferita a Bibione, compare comunque il 18 settembre 1197, dove viene citato un Bibons, che già il Paschini proponeva di identificare con Bibiones.
Da ricordare, prima di continuare con la storia dei lidi bibionesi, le ricerche fatte e citate dal canonico Ernesto Degani nella sua pregiata opera “ la Diocesi di Concordai”, su un ipotetico castello, che secondo testimonianze, doveva sorgere all’estremità di Baseleghe (oggi Bibione Pineta).
Scrive il Degani che i concordasi, fuggiti nelle lagune, ad occidente del Tagliamento, nel quinto secolo, dopo la strenua difesa della città, sotto l’invasione di Attila, eressero a quell’epoca il castello di Noves, ricordato anche dal pontefice Gregorio Magno, in una lettera indirizzata al vescovo di Ravenna.
Siamo ben lontani – continua il degani – dal voler affermare la sopra esposta asserzione intorno al castello do Noves, ma solo, come vaga induzione.
Dal Medioevo a Venezia
La decadenza dell’impero romano e le invasioni barbariche cambiarono certamente la fisionomia di Bibione e soprattutto del suo entroterra.
Arrivò il cristianesimo a Concordia e presumibilmente verso il mille, i terreni costituenti la grande isola di Bibione o meglio quel che rimaneva dell’arcipelago, vennero consegnati in proprietà, con tutti i diritti di bosco, caccia e pesca ed annessi, dagli imperatori tedeschi, ai vescovi di Concordia.
Ciò è storicamente fondato, poiché è riferito al famoso diploma di Ottone III° imperatore delle Germanie, datato a Verona l’ 11 settembre 996. Con esso, l’imperatore assegnava – tra l’altro – al vescovo di Concordia Benone ed ai suoi successori, oltre alla proprietà della grande selva che si estendeva dalle sorgenti del Lemene al mare, anche “… la decima di tutti i luoghi che stavano tra il Tagliamento ed il Livenza, dal monte al mare, ecc…” (quindi anche Bibione)
I possedimenti temporali del vescovo di Concordia vengono ricordati ance in un altro grande documento, allorché a Verona, il 25 settembre 1185 viene eletto papa Urbano III° nella persona dell’arcivescovo di Milano, Umberto Crivelli. Su richiesta dello stesso vescovo concordiese Gionata, il 13 marzo 1186, Urbano III° decreta con una sua bolla i beni temporali e la cura spirituale del territorio già segnalato nel diploma di Ottone III°. In quella bolla vengono nominati, oltre alla “Villa di Cesarolo”, anche le “altre ville verso l’estuario”, espressione che certamente si riferisce a Bibione, Bevazzana, Pradis e altre.
Dagli atti di investitura feudale del 12000 e del 1300, i vescovi concordiesi avevano diviso il territorio in due giurisdizioni: la ,superiore di Cesarolo e la inferiore di Margariis (si dice siano le attuali Margiaris o Mangiare), quest’ultima comprende tutto il territorio a sud “presso il lido del mare e l’acqua della Lugugnana”.
Alcuni storici sono propensi a pensare che è appunto di questo periodo il processo di agganciamento delle antiche “isole Bibiones” alla terra ferma e che si formasse quindi un corpo unico di spiaggia com’è configurata oggi l’odierna Bibione.
Nel Medio Evo, uno dei feudatari che andò estendendo i suoi domini e si rese più potente, fu il Conte di Gorizia, il quale, dopo il 1000, finì con l’assoggettare tutta la terra di Tisana (a nord di Bibione).
Con l’avvento della repubblica di Venezia, già nel 1300 e dopo il 1420, i terreni di Bibione passarono sotto la signoria veneziana, tra ttandosi di acque lagunari. Successivamente, mentre il territorio della signoria di Latisana venne ceduto ai Conti Di Gorizia alla patrizia famiglia veneta dei Vendramin, i terreni della foce del Tagliamento a Baseleghe, andarono ad un certo Costantini e poi al Triestino Antonio Caccia.
Per Bibione vennero i secoli dell’abbandono.
Il territorio, pur sempre popolato da pescatori e da pochi esuli, si infoltì di pinete, mentre, oltre agli animali selvatici, comparvero anche i cavalli allo stato brado. Nel 1806 ha termine la dominazione “cosiddetta feudale”, ma già nel 1796-97 c’è un’interruzione a causa dell’invasione francese.
Non toccata dai grandi avvenimenti storici che si susseguirono in quegli anni. Bibione rimase per alcuni secoli nel dimenticatoio.
L’anno successivo al trattato di Campoformido del 17 ottobre 1797, partiti i francesi, il territorio è invaso dagli austriaci che ripristinano gli antichi ordinamenti. Nel 1805, dopo la battaglia di Austerliz, Napoleone riconquista Venezie e il veneto e li riunisce al regno italico: vi rimarrà fino al 1814.
Agli inizi della dominazione austriaca, con imperiale regio decreto del 19 settembre 1814, viene costituita la provincia di Venezie e il territorio attuale e con il fiume Tagliamento per confine orientale della parte bassa, cioè da Villanova della Cartera a Bibione.
Con il trattato di Vienna del 1815, l’Austria costituisce il regno lombardo – Veneto e anche la terra Bibionese ne fa parte fino al 1866, quando con un plebiscito popolare il 27 ottobre dello stesso anno, il veneto entra a far parte del regno d’Italia.
A fatica il giovane regno iniziò ad riordinare anche questo territorio, sia sotto il profilo giuridico che legislativo, ma fu un lavoro lungo che si rivolgeva ad una terra povera e insalubre, costituita da popolazione per lo più dedita all’agricoltura e alla pesca.
Inondazioni ed alluvioni si susseguirono a ritmo costante in quasi tutte le stagioni nel territorio del comune; infuriavano le epidemie e malattie di ogni genere, tra le quali il Tifo, il Colera e la Tubercolosi, mietevano numerose vittime. Per quanto riguarda la Malaria, la vera lotta per debellare questa malattia iniziò con i lavori di bonifica all’inizio di questo secolo.
La bonifica e l’età moderna
La nuova storia di Bibione è stata scritta sicuramente grazie alle nuove opere di bonifica dei terreni dal mare all’entroterra e per tutto il territorio del comune di San Michele al Tagliamento, agli inizi del 1900. in età remote, come si è visto, fino ad epoca abbastanza recente, il suolo di questa terra, dove non era palude o laguna, era coperto di vaste boscaglie. Boscaglie costituite soprattutto da conifere sono del resto ancora le due pinete, sulle due rive della foce attuale del Tagliamento. L’opera di bonifica vera e propria iniziò nel 1904 per deliberazione unanime di alcuni volenterosi, che si proposero di redimere la zona dalla Malaria e restituirla al lavoro e alla produzione.
L’anno successivo si costituiva difatti il consorzio, che da prima portò il nome di “bonifica dei terreni da destra del Tagliamento al canale lugugnana” e più tardi, per sorgere di consorzi limitrofi, mutava il nome nell’attuale “consorzio di bonifica di San Michele al Tagliamento” (Decreto Reale del 3 marzo 1907 n. 12/781). Il consorzio iniziò così la sua attività con lavori di canalizzazione: si approfondirono i fossi, si sistemarono le strade campestri, si innalzarono gli argini e le acque a ridosso dell’entroterra.
L’opera immane che ha diviso il territorio in sette bacini, ha consentito il risanamento di una superficie complessiva di Ha 10.670, di cui Ha 10.300 resi fertili e produttivi, nelle campagne da Cesarolo al mare.
Per capire il grande lavoro svolto con il consorzio di bonifica, alcuni dati rendono l’idea di cosa ha significato redimere queste terre.
Vennero realizzati – tra l’altro – 94 chilometri di arginature il terra e calcestruzzo per la difesa delle acque esterne e del mare. Nel comprensorio bonificato vennero costruiti 90 canali per una lunghezza di 208.5 chilometri, con accanto altri 5.000 chilometri circa di fossi per lo scolo dei singoli appezzamenti.
Tra le opere di particolare importanza realizzate con la bonifica, un posto merita anche la viabilità, che ha visto nascere nel comprensorio di San Michele al Tagliamento grazie al consorzio di Bonifica, circa 80 chilometri di strade pubbliche.
Nelle terre bonificate giunsero inoltre, l’energia elettrica portata dall’ex S.A.D.E. e dallo stesso consorzio di bonifica che istallò quattro linee.
In questo enorme lavoro di bonifica del territorio, il bacino di Bibione, che era il sesto, venne prosciugato nel 1930.
Ed ecco, tra la sabbia rovente, i pini e le cicale, apparire quella che sarebbe divenuta oggi una delle più belle località balneari italiane:Bibione. Il suo sviluppo turistico prese il via negli anni ’50, raggiungendo in breve tempo grandi successi. Al termine del secondo conflitto mondiale i8nfatti, nella spiaggia di Bibione non erano rimaste che le rovine della colonia E.C.A. e gli edifici “solarium”, colonia marina diretta dalle suore della divina volontà e la Villa del dottor Mecchia, abbandonata senza tetto, dell’esercito occupante. Bibione doveva rimanere in questo stato per parecchi anni, e solo nel 1952 si ebbe la prima costruzione: l’attuale pensione Paron. Parte della zona bibionese fu a quel tempo acquistata dalle ditte Zerman – Casotto di Verona, da Cesare Branchi, cremonese, dai fratelli Monti di Maserada di Piave, dalla società Bibione pineta di Padova e da opere assistenziali e religiose.
Nel 1956 vari pionieri avevano già investito i loro risparmi nella Bibione “vecchia”, mentre nella zona Monti sorgeva il primo albergo: il “Bibione”(1957).
L’anno successivo le costruzioni a carattere ricettivo subiscono un notevole impulso e l’avvio quasi incerto di Bibione, comincia ad affermarsi anche perché proprio in quell’anno la società Bibione Pineta da inizio ai lavorio di asfaltatura della vecchia strada che conduceva e tuttora conduce per gli “urtus” fino alla caserma delle finanze. Turisticamente Bibione appare per la prima volta nell’annuario del turist club nel 1961, mentre nella cartografia generale il nome di Bibione viene già citato nella tavoletta “Porto Baseleghe” (foglio 55, IV N.E.) edita nel 1951 dall’istituto geografico militare di Firenze.
Ritorna quindi nel dopo guerra, dopo centinaia di anni il nome di Bibione. Un tornare significativo nel toponimo originale, la cui paternità và attribuita al professor Gellio Cassi: “… per convalidare la tradizione – che non lungi le rive del Tagliamento inferiore fosse esistito un insediamento antico – dopo eseguiti gli scavi del 1932 presso il “mutterone dei frati”, il termine di Bibione, che fu proposto dal dottor Zelindo Mecchia, sanitario della zona, fu da tutti calorosamente accolto, nella certezza che li sorgesse la città, che porta quel nome…”
Il merito dell’affermazione del toponimo viene però attribuita dallo storico Renato Fioretti allo stesso Cassi, che lo avrebbe opportunamente rispolverato, proprio negli anni in cui, ( siamo nel 1952 ) con la imponete costruzione della colonia marina per bambini.
Ma l’ufficialità vera e propria, verrà data solo nel gennaio del 1960 con un apposito decreto del presidente della repubblica; mentre nel maggio dello stesso anno, Bibione è riconosciuta con la qualifica di area balneare. Bibione, precedentemente iniziò ad operare con il turismo nel 1953, allorché venne fondata una Proloco e precisamente la Pro Bibione. Lo statuto venne proposto e stilato dal segretario del comune di San Michele al Tagliamento, Lorenzo Greco e presidente della associazione turistica fu chiamato l’avvocato e senatore Bruno Lepre.
Con Decreto ministeriale del 1963 in data 21 marzo arrivò il riconoscimento e l’istituzione dell’agenzia di soggiorno e turismo (ora modificata in azienda di promozione turistica) per il conseguimento delle finalità turistiche.
La storia che segue è cronaca e non c’è ragione di ricordarla, lo sviluppo di Bibione è … ormai assicurato.
Dal libro "Bibione" edizioni Savioprint a firma Franco Romanin



